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Campanile di San Giovanni

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La  plebs superior Bargiarum, dedicata a San Giovanni Battista, fu fondata certamente in epoca molto antica. Una leggenda, riportata dal Garola[1] in un suo manoscritto della prima metà del secolo XIX, la vorrebbe addirittura fondata dal Re longobardo Astolfo (749/756 d.C.), ma, in realtà, l’intitolazione al patrono dei Longobardi non pare elemento sufficiente per suffragarla.[2]

Il primo documento che ne faccia cenno è dell’anno 1169 d.C..[3]

Il campanile romanico superstite basta da solo a dimostrare l’esistenza di un’intera chiesa ben prima di tale data. Purtroppo, non essendo mai stati fatti scavi archeologici sul sito, non possiamo dire se questa fosse stata costruita contemporaneamente o se esistesse già un piccolo edificio sacro precedente.[4] La principale torre campanaria bargese fa parte di quel gruppo di campanili dell’area Pinerolese-Saluzzese, ancora in piedi, che furono costruiti in stile romanico lombardo. I più simili, anche se di dimensioni inferiori, sono quelli della chiesa di San Marcellino d’Envie, di San Giacomo di Luserna[5] (molto rimaneggiato), di San Giacomo di Tavernette di Cumiana e di San Martino di Saluzzo. Simile è pure la torre campanaria di San Massimo di Revello, ma solo nella parte inferiore (perché quest’ultima dovette essere realizzata in due tempi, da maestranze differenti).

Gli artigiani che costruirono i campanili in questione utilizzarono pietra locale e, quando poterono avere a disposizione del cotto di recupero, lo inserirono ugualmente nella tessitura muraria, come accadde specificamente per quello bargese che a noi interessa. Tutte le torri citate sono caratterizzate da lesene angolari e finestratura, che, dalle monofore dei primi piani, arriva, a bifore ed, in certi casi, trifore, nei piani superiori. Le fasce marcapiano sono in cotto, con mattoni sistemati in modo da lasciar visibile uno spigolo vivo e coperti da piccole lastre sottili di pietra. Non mancano gli archetti pensili ciechi, a tutto sesto, sempre in cotto, sostenuti da mensoline nel medesimo materiale.

Modello dovettero essere i più grandi campanili dell’abbazia di San Benigno di Fruttuaria (costruito su progetto di Guglielmo da Volpiano, nel 1003/1006 d.C.) e dell’abbazia di Santo Stefano di Ivrea (la torre di quest’ultima, ha in comune con il nostro campanile di San Giovanni Battista il fatto che la fascia marcapiano non si fermi all’intradosso tra le lesene, ma continui, tagliandole). Stessa mentalità costruttiva emerge, poi, da opere valsusine, come il campanile della stessa cattedrale di Susa.

Non sappiamo molto del romanico lombardo del Piemonte, è vero, ma, come notava già Augusto Cavallari Murat[6], dall’osservazione di ciò che è giunto fino a noi, possiamo dedurre come questa architettura sapesse farsi musica: “trifora, trifora, bifora, monofora, monofora, monofora” sono vere note di uno spartito musicale che poteva anche avere significati simbolici che a noi, ora, necessariamente sfuggono.

Inoltre, si nota una certa gerarchia dei campanili (diversi per dimensioni, per altezza[7]), che doveva rispecchiare una gerarchia ecclesiastica, rispetto alla quale il plebanus di San Giovanni Battista di Barge doveva rivestire una dignità più elevata del curato di San Marcellino d’Envie.[8]

Artefici di questa fioritura di torri campanarie furono certamente i  maestri comacini, originari del Canton Ticino e della zona comasca: tale affermazione va oltre la mera intuizione, perché, se è vero che già l’omogeneità dei campanili citati lascia presagire una maestranza non locale, quindi itinerante,  il fatto che si tratti proprio di maestranza comacina  non si desume solo dal fatto che lo stile sia il medesimo utilizzato nel  Nord del Piemonte e della Lombardia, specialmente nella zona dei laghi…c’è di più. Ad Ivrea, si conserva, nel tesoro bibliografico capitolare, il Codex V, contenente i Capitularia – Edicta Regum Langobardorum – Cartularia Regum Francorum: esso risale all’anno 830 d. C. e costituisce fonte primaria di conoscenza della retribuzione dei maestri itineranti, costruttori di edifici sacri, definiti senza alcun dubbio col nome di “comacini” (memoratorio de mercedes commacinorum).[9]

Sui loro lavori, così si espresse già Cavallari Murat[10]:

Dunque la mole modesta e la monumentalità frugale (non sono contraddizione di termini) possono qui aprire alla comprensione della voce autentica del linguaggio romanico, più nell’accezione di stile lombardo, sviluppato da quei maestri commacini, che, come si sa, ebbero tanta fortuna professionale lontano dalla patria padana per quel fare disinvolto, che permetteva di economizzare, facendo tesoro d’ogni materiale a portata di mano, per quanto rustico fosse. L’Europa è colma di questi loro non presuntuosi lavorucci[11], pasticcetti quasi su ricetta casalinga, e che si misurano discretamente contando mattoni e conci, persino tastando le superfici con le palme delle mani, cosicché si invera quel concetto estetico di critica che aggettiva i valori d’arte quali “tattili”. Anche la musicalità degli spazi plastici ha un suo proprio senso reale e credibile, perché si misura a “spanne” e si esplorano coi polpastrelli le graniture epidermiche, come se fossero statue di nudi oppure ornamenti a fogliami d’acanto e lattuga.

L’epoca di costruzione del campanile di San Giovanni Battista va, quindi, individuata proprio  nell’XI secolo, anche se è difficile dire in quale momento preciso.

L’opera non è arrivata a noi intatta. Già Giovanni VACCHETTA, che, agli inizi del XX secolo, eseguì schizzi di rilievo dei principali monumenti della Provincia di Cuneo e di parte del Pinerolese[12], ritenne, però, che il campanile bargese potesse essere stato innalzato d’un piano in epoca posteriore.[13]

Dire quando ciò sia avvenuto non è facile. Certo è che la tessitura muraria della parte terminale risulta leggermente diversa da quella dei piani sottostanti. Il cornicione, poi, è interamente in laterizio e presenta un motivo decorativo in stile gotico (tipico del XIV secolo e della prima del XV), che è presente anche su molte superstiti torri aventi una funzione militare. Allo stesso modo, le due monofore accoppiate dell’ultimo piano presentano già una forma ogivale, anche se appena accennata. Purtroppo, nel corso di questa ristrutturazione del campanile di San Giovanni Battista si realizzò anche una grande bifora gotica, al penultimo piano e ciò fece perdere completamente le tracce dell’apertura originaria, che poteva probabilmente essere costituita da una ulteriore trifora romanica.

Tale operazione di mero maquillage  avrebbe dovuto adeguare la torre  ai dettami del nuovo stile gotico imperante, con una minima spesa.

Ma l’intera ristrutturazione del XIV secolo poté essere giustificata richiamandosi a  motivi prevalentemente statici, che, dovettero fondarsi su dati concreti, come si può notare dal fatto che furono chiusi, nel contempo, i due ordini di trifore e la bifora dei piani sottostanti. La muratura in pietrame posizionato a lisca di pesce, utilizzata per l’occasione, ci fa comprendere l’impossibilità di datare la tamponatura in tempi più recenti.

Logicamente, questi non furono i soli motivi che animarono questa operazione di innalzamento: il campanile era, in quel periodo, anche torre comunale e, per ragioni psicologiche connesse alla sfera sessuale maschile, innalzarlo equivaleva a sbandierare un accrescimento del potere municipale. Un potere, che si trovava, però, sotto la tutela del feudatario maggiore: non per nulla, su una delle bifore superstiti del penultimo piano campeggia ancora la croce bianca in campo rosso dei Savoia.

Nell’innalzamento andò persa la piramide sommitale costruita con piccole pietre piatte; coronamento comune a tutti i campanili dei comacini e che in zona possiamo vedere solo più a Cantalupa. Un ordine di riparazione del campanile data 14 maggio 1464.[14] Quindi, tre anni dopo, nel 1467, una nuova cuspide, più leggera, fu realizzata in latta d’alemagna dal magister Guglermus Mannerius (probabilmente, un tedesco specializzato in tale tipo di coperture: Wilhelm Manner?)[15]. La medesima guglia è probabilmente quella che si osserva nelle rappresentazioni grafiche e pittoriche più antiche[16], anche se l’iconografia settecentesca mostra piccole varianti rispetto a quella della prima metà dell’Ottocento[17], che potrebbero riferirsi a successive modifiche. Nel 1724, infatti, la Comunità di Barge richiese preventivi, prima a mastro Francesco Yone tollaro, che per il rifacimento dell’aguccia del campanile, richiese mille lire[18] e, poi, a Giusepe Viola tolaro in torino (…) piaza d’herbe soto il palazo della cita di torino.[19] Il Consiglio Ordinario aderì alla proposta dell’ultimo artigiano, ricavando il denaro dalla vendita di legname tagliato nei boschi comuni. L’ultimo tipo di cuspide dovette essere assai simile a quella tuttora esistente sul campanile di Santa Maria di Paesana: di qui, la tradizione popolare, stando alla quale la vecchia guglia sarebbe stata venduta a quel Comune soltanto agli inizi del XX secolo, quando al campanile di San Giovanni Battista sarebbe stato costruito un nuovo tetto in lose, grazie ad una elargizione del teologo Pettinotti.  Ma tale tradizione[20], non solo non trova riscontro nei documenti dell’Archivio Comunale di Paesana, ma cozza contro altri documenti contenuti nell’Archivio Comunale di Barge.

Fin dal 1852, constatando un pericolo di crollo della guglia stessa, l’Amministrazione Comunale fece preparare al geometra Carlo Craveri dei Capitoli d’appalto per l’abbattimento della cupola del campanile della Chiesa parrocchiale di Barge, incaricandolo pure di progettare la surrogazione di un tetto provvisionale. Craveri adempì in data 18 novembre 1852 e propose un tetto provvisorio a padiglione, con struttura in legname ricavata, per quanto possibile, dalla boscamenta di spoglio della cupola e manto in lavagne (…) sielte e tratte dalle cave di Bagnolo. Al vertice, si sarebbe dovuto formare un piedestale (…) dell’altezza di metri 1, coperto di latta, onde piantarvi sopra la croce, vela ed accessori che esistono.

Il 13 novembre 1858, l’architetto cavalier Barnaba Panissa, a Torino, firmò alcuni Disegni delle opere da eseguirsi per il rialzo e nuova copertura del campanile della Parrocchia di St. Gioanni Battista  di Barge: la proposta fu quella di aggiungere un tamburo in muratura, a base ottagonale, affiancato da quattro fiaccole,  per  spostare in questa sede l’orologio pubblico e renderlo maggiormente visibile. La copertura a cupola del tamburo avrebbe dovuto essere realizzata con carpenteria lignea e manto metallico. Non avendo a bilancio la somma necessaria per tale realizzazione, il Comune lasciò che la copertura provvisoria si trasformasse in definitiva.

Probabilmente, all’inizio del ‘900, Pettinotti si limitò a far compiere a sue spese un intervento sulla copertura in lose.

Non va dimenticato, poi, che, fin da epoca antica, sul campanile in questione venne realizzato un quadrante solare a muro: tracce se ne possono ancora vedere sotto la meridiana settecentesca, nel piano inferiore rispetto a questa, sul lato verso largo Cesare Battisti: questa prima meridiana doveva misurare le ore italiche[21], mentre quella nuova utilizza già le ore francesi.[22]

Il primo orologio meccanico fu collocato sulla torre di San Giovanni Battista nell’anno 1443, quando la Comunità di Barge lo acquistò da quella di Pinerolo, che aveva appena collocato un ingegno nuovo sul campanile di San Maurizio e, quindi, aveva deciso di vendere quello antico[23]. Proprio perché di seconda mano, già nell’anno 1450, il 30 agosto, la Comunità di Barge dovette spendere un fiorino per farlo riparare (nel medesimo atto si ordinarono pure restauri attorno al campanile e la rifusione delle campane). L’addetto all’orologio aveva diritto ad una paga di sei fiorini annui.[24]

Questo primo orologio possedeva una sola sfera, misurante, quindi, solo le ore e non i minuti: il suo quadrante esterno (realizzato in malta di calce, più volte nel corso dei secoli) è ormai andato perso, in quanto venne distrutto, quando, nel 1902, fu costruito il nuovo orologio (a seguito di una elargizione fatta dal canonico Pettinotti), collocato al piano superiore, ma è ancora visibile all’interno del campanile.

Il motivo della realizzazione del quadrante interno fu dovuto al fatto che questo orologio, poco preciso ed a carica manuale, aveva bisogno di essere registrato ogni giorno. L’operazione avveniva a mezzogiorno in punto: il sacrista saliva sul campanile e posizionava la lancetta sull’ora solare. Per farlo, doveva esistere su un muro entro il suo raggio visivo un tipo di quadrante solare particolare (lemniscata), che misurava solo il mezzogiorno, nelle quattro stagioni.

Su piazza San Giovanni, tale lemniscata era collocata sulla facciata di quello che oggi è palazzo Moschetti: il quadrante può ancora essere indovinato, sotto la paletta forata, ormai arrugginita, che fungeva da gnomone.[25]

L’orologio del 1902 aveva due quadranti: uno verso  largo Cesare Battisti, in muratura e l’altro verso piazza San Giovanni, in vetro con cifre romane dipinte a vernice. Essendo tali numeri già illeggibili nel 1928, il Commissario prefettizio, il 10 aprile di quell’anno richiese numerosi preventivi per la fornitura e posa di un quadrante a vetri, di ghisa, delle dimensioni massime di m. 1.70 di diametro e di spessore proporzionato all’ampiezza, tenendo presente che l’altezza del quadrante da terra è di circa metri 28.50. La gara fu vinta il 28 luglio 1928 dalla ditta Fratelli Miroglio di Torino (via Madama Cristina, 87), che fornì  un quadrante in vetro, con telaio in ferro fuso.

Quanto alle campane, esse furono rifuse più volte nel corso dei secoli.[26] Fino all’inizio del XX secolo, per suonarle fu necessario salire a 32 metri d’altezza, in una stanza di 16 metri quadrati, col pavimento in legno.[27] In seguito, il sacrista Giuseppe Castagno costruì una speciale struttura in ferro, che consentiva di suonarle manualmente dal basso, azionando delle palette, fino al momento dell’elettrificazione.

Un’ultima cosa va detta, riguardo il campanile in questione: esso manifestò, nel corso dei secoli, sempre maggiori compromissioni statiche, imputabili, probabilmente, all’innalzamento voluto in epoca gotica. Quindi, non furono solo finalità estetiche ad animare la scelta del progettista della nuova chiesa settecentesca, che fece costruire un grosso contrafforte in muratura a laterizio sul fronte della torre, verso la piazza.

 

Giorgio Di Francesco

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 foto: Filiberto Comba - www.filibertocomba.com

Note :


[1]          GAROLA, Memorie istoriche dell’illustre Città di Barge, in A.C.P., Fondo “ALLIAUDI”, mss. 63.

[2]          L’intitolazione della plebs superior Bargiarum a San Giovanni Battista deriva certamente da un’influenza diretta torinese: d’altronde, la stessa chiesa torinese avente questo nome potrebbe essere stata fondata in tempo precedente l’epoca longobarda. La figura del Battista è già presente in numerosi sermoni del primo vescovo torinese San Massimo; quindi, il suo culto era già vivo nell’area tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. . Gregorio di Tours ( Liber in gloria martyrum, I, 2, 13) testimonia la sua popolarità tra i Torinesi verso la metà del VI secolo, al tempo del Vescovo Rufo . D’altronde, anche presso i Franchi, la figura del Battista godeva d’una certa primazia: si pensi a quello che dice sempre  Gregorio di Tours (cit., 13-14) circa la devozione particolare del suo predecessore San Martino verso il cugino di Gesù. Tra Franchi e Longobardi scoppiò una vera e propria “guerra delle reliquie”: la regina cattolica Teodolinda, infatti, proclamò San Giovanni Battista “protettore dei Longobardi” e costruì una grande basilica del santo a Monza. Sua figlia Gundeberga fece la stessa cosa a Pavia. Ma non ha senso affermare che San Giovanni Battista fosse “tout court” un “santo dei Longobardi”. Una chiesetta dedicata a tale santo esiste anche in Envie.

[3]          Il 4 febbraio 1169, Ottone del fu Aicardo donava un censo all’abbazia di Staffarda: lo strumento era detto actum in loco Barge in platea sancti johannis (GABOTTO, ROBERTI, CHIATTONE, Cartario di Staffarda cit., XI, p. 51, doc. XXXVIII).

[4]          Normalmente, le piccole chiese romaniche si costruivano senza campanile e questo veniva aggiunto quasi sempre in seguito.

[5]          Aveva probabilmente le medesime dimensioni della torre bargese il campanile della plebs di Luserna, dedicata anch’essa a San Giovanni Battista, ma quest’ultimo è andato distrutto nel corso delle guerre di religione.

[6]          A. CAVALLARI MURAT, Tra Serra d’Ivrea, Orco e Po, Torino 1976.

[7]          Il campanile oggetto di studio misura una quarantina di metri, ma, probabilmente, fu innalzato di un piano.

[8]          Cfr. E.OLIVERO, Architettura religiosa preromanica e romanica nell’Archidiocesi di Torino, Torino 1940.

[9]          C. BAUDI DI VESME, Edicta Regum Langobardorum edita ad fidem optimorum codicum, H.P.M., Torino 1855. Il primo atto in cui si accenni ai magistri comacini è l’Editto di Rotari (636/652 d.C.), ai nn. CXLIII e CXLV. In tale sede, la  loro organizzazione è chiamata Fraternitas. A capo di ogni sua cellula è un magister, che ha sotto di sé dei collegae e dei servi. La tripartizione continuò in epoca successiva, quando si parlò di maestro, operatori e novizi: rispetto ad ognuna di queste categorie, il cantiere rappresentò una cosa differente. Per il maestro, fu una opus o fabrica; per gli operatori  fu un laborerium e per i novizi, una schola. Molti studiosi sono convinti che l’organizzazione possedesse un vertice centrale, con un gran maestro e, poi, singole logge itineranti, guidate ognuna da un differente capomastro, che avrebbe avuto sotto di sé uno o due soprastanti, un tesoriere ed un segretario. Altri studiosi, invece, mettono in dubbio l’esistenza di un centro di riferimento. Chi ci crede, fa rilevare la coincidenza con la struttura della Massoneria “speculativa”, costituitasi a partire dall’esperienza inglese del 1717. La prima opera in cui si avanzarono simili congetture fu quella di Leader SCOTT (Mrs.Lucy BAXTER), The Cathedral Builders. The Story of a Great Masonic Guild, with eighty-three illustrations,  Simpson Low, Marston & Company, London 1899. Ma, la BAXTER conosceva assai poco di Massoneria contemporanea, quindi entrarono nel dibattito dei massoni veri: cfr, le opere di brother  W.RAVENSCROFT, The Comacine. Their Predecessors and Their Successors, New York 1910 e l’articolo di brother It.L.HAYWOOD, Freemasonry and the Comacine Masters, in “The Bilder”, New York, october 1923, che contiene preziose indicazioni bibliografiche, anche relative ad autori italiani. Certamente, non è possibile sostenere che la Massoneria “speculativa”  sia nata con i Comacini, ancora concretamente legati al mondo del lavoro, dell’arte e dell’artigianato, ma essi praticarono il mutuo soccorso ed ebbero aspetti associativi conoscibili solo per i membri: un libro segreto (L’arcano magistero), propri simboli (ad es. il leone di Giuda, i due pilastri, le lettere J e B, la squadra ed il compasso) e segni di riconoscimento. Certamente, ai Comacini si ispirarono anche i compagnonnages di altri mestieri itineranti, operanti in campi ben differenti da quello delle costruzioni, nel Medioevo e nell’Età Moderna. Se così accadde, possiamo immaginare che gli iniziati , nel rango di novizi, dovessero passare di schola in schola, per completare la formazione. Quando un novizio arrivava in un cantiere e si presentava al magister  con un segno di riconoscimento convenzionale, costui doveva assumerlo, obbligando il novizio che era stato con lui per il maggior tempo a far fagotto e cercarsi un altro cantiere, munendolo, naturalmente di una lettera credenziale. Terminato il noviziato, si passava al rango superiore: solo i migliori, venivano, in seguito cooptati come maestri e potevano aspirare a costituire una propria loggia itinerante. Il luogo d’origine dei Comacini fu quell’area sul Lago di Como compresa tra Mendrisio, Lugano, Bellinzona e Magadino: questa fu la loro base e, quindi, tale fatto rende possibile l’esistenza di una figura di Gran  Maestro (molto probabilmente un anziano capomastro rispettato da tutti i maestri  per la bravura infusa nelle opere realizzate dalla sua loggia). Nonostante ciò, ogni loggia sviluppava propri caratteri stilistici, pur restando entro gli stilemi del romanico lombardo. Certamente, i Comacini nulla ebbero a che fare con le Gilde  nordiche che svilupparono lo stile gotico, né con altri gruppi che, in Italia, in Francia ed in Spagna, portarono altre forme di romanico. Anzi, possiamo immaginare una certa competizione, che dovette necessariamente concretarsi in lotte e bastonate tra novizi itineranti delle diverse scholae, lungo le strade dell’Europa Occidentale. Le stesse bastonate che ancora si sarebbero riservati i falegnami itineranti,  appartenenti a diversi Dévoirs, che si fossero incontrati lungo le strade, nella Francia del XVIII secolo. La tradizione comacina si affievolì, quando i monaci francesi introdussero in Italia gli stilemi gotici, ma non perì improvvisamente. Il fatto che proprio ancora dall’area del lago di Como, verso la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, fossero giunti in Piemonte artisti ed artigiani a diffondere le forme del Rinascimento lombardo resta indicativo, se non altro, di una tradizione artistica ed artigianale consolidata. Sempre all’apertura di cave, per i cantieri romanici del Biellese, è possibile imputare quella tradizione edificatoria biellese a cui tanto dovette l’intera area subalpina fino al XVIII secolo.

[10]         op. cit., p. 73. Cfr pure il classico G.T. RIVOIRA, Le origini dell’architettura lombarda, Milano 1908 e P. TOESCA, Storia dell’arte italiana. Il  Medioevo, Torino 1927.

[11]         In ciò, il CAVALLARI MURAT ha perfettamente ragione. Esistono molti campanili simili a quelli delle nostre zone anche nella penisola iberica, in Catalogna. Vanno menzionate le torri campanarie dei Pirenei di Lerida ed in particolare dell’Alta Ribagorça, come quella di Santa Eulalia a Erill La Vall, di Sant Joan a Boí, di Sant Climent e Santa Maria a Taüll, in eccezionale stato di conservazione (cfr. quanto scrisse il famoso architetto catalano L. PUIG I CADAFALCH in La geografia i els origenes del premier art romanic, Barceluna 1930). In tali zone si sono conservate pure gli edifici sacri romanici dei quali le torri erano pertinenza ed i cicli di affreschi policromi: il Pantocrator, tra Santi ed Apostoli del catino absidale di Sant Climent, risale al 1123, ed è assai simile al ciclo dell’abside della scomparsa chiesa di Sant’Ilario di Revello, quale si può immaginare, partendo dai frammenti conservati, tra cui il volto di Gesù (fatto applicare dal cav. Avv. Giuseppe Roggiery sulla parete esterna di un tempietto sorto in loco); il libro spiegato, che il Salvatore teneva davanti al petto; le due facce degli apostoli, delle quali una si conserva in Casa Cavassa, a Saluzzo e l’altra a Revello, assieme alla citata raffigurazione del libro. Vedi, in Piemonte, i cicli della cappella di Sant’Eldrado, presso la Novalesa e la lunetta sotto il porticato che fiancheggia il lato della stessa chiesa abbaziale.

[12]         Cfr. Comune di Cuneo, Assessorato per la Cultura, catalogo della mostra G. Vacchetta. Volontà d’arte:il gusto del particolare, a cura di R.ALBANESE, E.FINOCCHIARO e M.PECOLLO, Cuneo, 16 marzo / 7 aprile 1990. Le opere del prof. VACCHETTA sono conservate, in parte presso il MUSEO CIVICO di Cuneo ed, in altra parte, presso la S.S.S.A.A. della Prov. di Cuneo, in quanto provengono da due differenti lasciti.

[13]         Nel mio volume divulgativo Barge. L’evoluzione del centro urbano, adombravo addirittura la possibilità d’un innalzamento in due fasi, ma, ad una osservazione approfondita, concordo ora col VACCHETTA stesso ed ammetto che esso riguardò un solo piano, l’ultimo.

[14]         A.C.B., Ordinati, vol. I, già citati da ALESSIO, cit., p. 150.

[15]         Cfr. A.C.B., pergamene.

[16]         Penso alle due immagini della chiesa di San Giovanni B. esistenti, rispettivamente, in San Rocco e nella chiesetta della Madonna delle Grazie di Mondarello, come particolari di pale d’altare realizzate dal medesimo pennello, anteriormente al 1730 (anzi, al 1725, perché mastro Giusepe Viola e compagni lavorarono alla nuova guglia probabilmente nell’Autunno 1724 o nella Primavera 1725). ma, comunque, nel XVIII secolo.

[17]         E, qui, ci si riferisce agli schizzi dell’arch. Rovere, conservati presso la Deputazione Subalpina di Storia Patria di Torino.

[18]         Cfr. Archivio Parrocchiale di San Giovanni Battista, Registro cit.

[19]         Viola presentò una proposta alquanto articolata, che merita di essere riprodotta per intero:

            1724 adì 11 giunio

            Partito di Giusepe viola tolaro di torino si dichiara il medemo viola di far partito del coperto di tola del campanile di barge primo dichiaro se li signiori Del dato Locho volesero che io facesi partito a trabucho provedendo io le tole et stagnio pecagrecha chiodi canape con tuto quelo che apartiene l’arte del tolaro che le medeme tole siano mese in opera in lodabile forma ben saldate et inchiodate con chiodi Longhi che pasino al di drento del asi per puderli ribatere et si metterà un chiodo per ogni cantone et uno nel mezo della tola et tuti li chiodi vanno coperti et saldati al intorno et che il tuto sia opera colaudata da persona esperta in medema arte et il deto viola si obliga di fare travaglio senza che li deti signori Li facino alcuna anticipata di niente sino al fine della sua opera et se il suo travalio non sarà fato in Lodabile forma non pretende niente tuto sara per dano del medemo viola et il prezo del trabucho sara di Lire 75 dico setanta cinque per cadun trabucho provedendo il medemo come sopra et se li medemi Signiori volesero provedere Loro le tole stagnio chiodi carbon pece grecha che non sia puro che sua fatura del medemo viola si obliga di farlo a lire 22: cadun trabuco in caso che li medemi signiori vorano che si facia partito a tola per tola sara il prezo di soldi 1:2: dinari :8: caduna tola provedendo loro il tuto che non sij che la fatura et li medemi signiori provedendo solo la tola et loperario il residu sara il prezo di soldi :3: dinari :6: caduna tola et il medemo viola provedendo le tole et il residuo sara il prezo di soldi :10: dico dieci per caduna tola et il tuto che sia a opera colaudata et non esendo fato in Lodabile forma non si denaro tuto sara dano del medemo viola et che sia tole al ancra et il medemo travalio Le tole vano per ponta, et se li deti signiori volesero che le tole vechie si acomodasero et che si ritornasero in opera si comoderano quelle che puotrano servire a lire 30 cadaun trabucho pure chi li signiori voliono provedere il stagnio con tuto quelo che sara necesario per meter in opera le medeme tole vechie et se li deti signiori non voliano Loro provedere le cose necesarie per metere in opera le dete tole soministrando io tuto quello che fara bisognio sara il prezo lire 40 cadaun trabucho comodare le dete tole vechie et il tuto mi obligo in carico di consienza a fare deto travalio come si deve di non voler inganare Li deti signori in fede Giusepe viola tolaro in piaza d’herbe soto il palazo della cita torino. 

A tale proposta, la Comunità rispose:

            Delle antescritte obligationi si acetta quella che l’impresaro debba proveder le tolle dete dell’ancra et li chiodi e ogni cosa necessaria per la saldatura, et il tutto meter in opera collaudata per ponta di detta tolle di altezza once 7 ½  e di larghezza once  5 ½ , et li chiodi ribattuti per dentro, numerandosi le tolle avanti di metterle in opera et cio a soldi 20 cadun foglio, et l’impresaro debba ricever in pagha le tolle vechie al prezzo che si farà da un esperto Il punteggio cordeggio et una stanza per l’Impresaro a Carigho di Communità, et prezzo si pagherà terminata e collaudata a spese Communi L’Impresa, detto Impresario sarà tenuto Levar le tolle vechie di detta aghuccia et meter a suo posto il ballone di detta aghucia  competente  verà provisto dalla Comunità.

            Alesandro Antonio Mecho

            Giusepe Viola

            Gioanni Chiaffreddo Ferero di Paesana s’obliga di (manca)

[20]         Altre volte presa per buona: cfr. G. DI FRANCESCO, Barge. L’evoluzione di un centro urbano, Pinerolo 1996.

[21]         Con tale sistema italico, il computo giornaliero delle 24 ore iniziava e terminava al tramonto (quindi, le meridiane che lo utilizzavano riportavano le ore XXI, XXII, XXIII e XXIV, che non potrebbero essere ore notturne, essendo lo strumento solo diurno). Quando l’ombra cadeva sul segno XXI significava che mancavano tre ore al tramonto del sole. La Chiesa rispettava ancora il più antico sistema delle ore canoniche (quelle citate dal Vangelo), che si computavano dal levar del sole.

[22]         Si sente normalmente raccontare che le ore di Francia furono introdotte da noi a seguito dell’invasione napoleonica. I documenti notarili bargesi conservati presso l’Archivio di Stato di Cuneo, Resti di Insinuazione, Tappa di Barge, così come i testamenti che si conservano presso l’ Archivio dell’ex Congregazione di Carità di Barge, dimostrano il contrario. Molti decenni prima, il sistema aveva già preso piede, almeno qui, per comodità. A differenza del sistema attuale, che divide il giorno in 24 ore a partire dalla mezzanotte, quello francese divideva il giorno in 12 ore da mezzanotte a mezzogiorno e 12 ore da mezzogiorno a mezzanotte. Ecco perché, in dialetto, ancor oggi si dice ën bot, doui bot, trè bot, couatr oure  e non le tredici, le quattordici, le quindici, le sedici.

[23]         Cfr. Archivio Storico del Comune di Pinerolo, Ordinati, “Ordinato 31 ottobre 1443”  e CAFFARO, Storia della Chiesa Pinerolese, cit., p. 95.

[24]        F. ALESSIO, cit., pp. 42/43.

[25]         Il sistema dell’ora solare locale fu abbandonato soltanto dall’arrivo del telegrafo e della ferrovia. Nel 1866, per decreto, fu adottata su tutto il territorio nazionale l’ora media di Roma, ma non esistevano ancora i mezzi reali per applicarla. Certamente lo fu, in Barge, a partire dal 1883, perché si dovettero sincronizzare le coincidenze ferroviarie. Dieci anni dopo, nel 1893, l’Italia aderì alla Convenzione di Greenwich, adottando l’ora media del fuso dell’Europa Centrale, ancor oggi in vigore (tranne che nei periodi dell’anno in cui vige l’ora legale).

[26]         Il Comune fece rifondere due campane di San Giovanni B., più una della chiesa di San Pietro in Vincoli d’Assarti nel marzo 1724 (cfr. Archivio Parrocchiale di San Giovanni B., Registro citato)  Una bellissima (graficamente) ricevuta del Negozio della Vedova Felicita Garmagnano, Mercante da ferro e Chincaglierie e fonditore di Campane, e d’ogni altra sorte di getti in metallo, Contrada di Porta Nuova, casa Vacca, n°19, di Torino, datata 7 agosto 1831, si riferisce alla nuova rifusione di due campane di San Giovanni Battista, più una appartenente ad una cappella della frazione Gabiola.

[27]         Come testimoniò l’ultimo sacrista Giacomo ANDREIS (+1998), detto Jacoulin, che esercitò il mestiere dal 1° settembre 1943 al 1985: “Le campane da suonare erano tre. Una grande, pesava 5 quintali, mentre le due più piccole, che erano a fianco, pesavano 1 e 2 quintali, rispettivamente. Per suonarle manualmente, ci si doveva legare due catene ai piedi e tenerne una in mano. Le catene muovevano direttamente il batacchio di ogni campana. Suonare tramite il meccanismo sottostante, realizzato da Castagno, era molto meno faticoso: bastava azionare le palette. Ricordo l’inventore come un ottantenne, che viveva nei locali sovrastanti la Farmacia San Giovanni. Esistevano molti modi di suonare, convenienti alle diverse occasioni. Ad esempio, la  mëssa da mòrt, cioè la messa in suffragio dell’anima di un defunto, richiedeva tre suoni ripetuti. In occasione di funerali, si doveva battere fino a trenta rintocchi per ogni campana. Il giorno prima del funerale, si davano ventiquattro colpi a martello sulla campana grande e poi si suonava questa campana a distesa: tre rintocchi per un uomo e due per una donna. La campana grande suonata sempre più in fretta (a martello) serviva anche ad avvertire la popolazione del caso di incendio. Anche l’orologio meccanico era collegato alle campane: mentre passavano le ore, i pesi che erano stati caricati, scendevano. Una asta di ferro faceva battere il suo martello sulla campana ad ogni ora. L’elettrificazione delle campane è stata portata a termine nel 1971”.

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